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Storie di Milanismo

Intervista a Filippo Galli: storia di un vero milanista

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Abbiamo incontrato Filippo Galli, ex difensore e bandiera del Milan

Dai duelli con Maradona alla Coppa dei Campioni di Atene: un racconto di autentico milanismo

Lo ricordo come se fosse ieri il 18 maggio del 1994. Avevo nove anni e la passione per il Milan che si stava infiammando. Erano le quattro del pomeriggio ed ero in auto con papà, fedelissimo rossonero cresciuto nel mito del conterraneo Gianni Rivera. In attesa della finale, eravamo diretti all’oratorio e con noi c’era anche un mio caro amico, tifoso juventino, che a un certo punto esclamò: «Stasera, senza Baresi e Costacurta, il Barcellona ve ne fa quattro!». Papà sorrise e gli rispose sicuro: «In mezzo alla difesa ci saranno Maldini e Filippo Galli. Ricordati questi nomi, perché sono due veri milanisti e faranno qualcosa di grande».

Una profezia che si è avverata. Uno a zero, due a zero, tre a zero, quattro a zero, cappotto! Dopo ogni rete di corsa fino alla finestra ad urlare “gooool” a più non posso, sperando che quel mio amico potesse sentirmi. Gli spocchiosi blaugrana erano annientati, i gufi ammutoliti. Una notte magica, indimenticabile, che porterò per sempre nel cuore, insieme ai nomi di quegli eroi che hanno reso tutto ciò possibile.

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Tra questi ha un posto d’onore proprio Filippo Galli,
milanista vero, dentro e fuori dal campo. Classe ’63, può vantare tredici stagioni al Milan (dal 1983 al 1996) e un palmarès da campione assoluto: 5 Scudetti, 3 Coppe dei Campioni, 2 Coppe Intercontinentali, 3 Supercoppe europee, 4 Supercoppe italiane. Tanti successi ma anche tanti infortuni, purtroppo, che ne hanno certamente ridotto il “minutaggio”, non l’attaccamento al Milan, forte, inossidabile, come ha dimostrato prima da giocatore, poi da collaboratore di Ancelotti e Tassotti e tecnico della Primavera e, infine, da responsabile del Settore giovanile rossonero. Con Milan Reporter ho avuto l’onore di intervistare Filippo Galli in esclusiva.

Filippo, come è iniziata la tua esperienza al Milan?
«In ritardo… Sono entrato a far parte del Settore giovanile del Milan tardi rispetto ad alcuni miei compagni di allora, come Evani e Incocciati ad esempio, che erano in rossonero già dall’età di 14 anni. Prima della chiamata milanista disputai addirittura un campionato di prima categoria con la squadra del paese. Quindi sono partito con un notevole “gap”, che però sono riuscito a colmare in fretta grazie all’aiuto dei compagni e soprattutto di alcuni “maestri”. Penso, solo per citarne alcuni, a Italo Galbiati, Fausto Braga e Fabio Capello».

1983, l’anno dell’esordio in Serie A con il Milan. Ricordi le emozioni?
«Certo! Ricordo, in particolare, la “prima” a San Siro. Era la seconda di campionato, contro il Verona. Arrivavamo da una pesante sconfitta rimediata ad Avellino e Franco Baresi era squalificato. Castagner decise di schierare me titolare. Fu un’emozione grandissima: all’ingresso in campo, mi trovai di fronte una muraglia di tifosi. Per fortuna, riuscii in poco tempo a concentrarmi sulla partita; alla fine vincemmo 4-2».

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Hai vinto oltre 17 trofei. A quale
 sei più affezionato?
«La Coppa dei Campioni 1994, conquistata ad Atene contro il Barcellona: una partita di grande valore che ho potuto giocare dal primo minuto, diversamente da quanto accaduto nelle due precedenti finali di Coppa Campioni vinte, in cui ero entrato a partita in corso. Ricordo con lo stesso piacere lo Scudetto 1987/88, conquistato dopo una cavalcata incredibile, culminata con la vittoria per 3-2 al San Paolo di Napoli».

Hai dei rimpianti? I tanti infortuni? La mancata convocazione in Nazionale maggiore?
«No. Gli infortuni hanno contribuito a rendermi più forte, insegnandomi a reagire di fronte alle difficoltà. Per quanto riguarda la Nazionale, invece, non ci ho mai pensato troppo, se non nel 1986 quando venni inserito nella lista dei 40 pre-convocati per il Mondiale del Messico, che alla fine non disputai proprio a causa di un infortunio. Con la maglia azzurra ho comunque giocato con l’Under 21 e partecipato alle Olimpiadi del 1984 a Los Angeles. L’unico vero rimpianto è non aver mai vinto la Coppa Italia, un trofeo a cui sono andato vicinissimo nel 1990: in finale contro la Juve, dopo aver pareggiato 0 a 0 nella gara di andata a Torino, perdemmo 1-0 a Milano».

Liedholm, Sacchi e Capello in una parola.
«Liedholm è carisma, Sacchi metodo e Capello personalità».

In più di un’occasione ti è capitato di giocarti la maglia da titolare con Alessandro Costacurta. C’era rivalità?
«No. Con Billy ho sempre avuto un rapporto professionale, senza mai uno screzio. Del resto, il nostro gruppo metteva davanti a tutto la dedizione al lavoro. Credo, anzi, e Costacurta stesso lo conferma, di essere stato per lui un esempio».

Il compagno di squadra che ti ha impressionato di più?
«Tanti. Dovendo scegliere, dico Franco Baresi e Marco Van Basten, assolutamente straordinari. Voglio citare anche Gabriello Carotti che, pur non essendo riuscito ad affermarsi come avrebbe potuto, era dotato di un talento incredibile».

L’avversario più difficile da marcare?
«Maradona, ma anche Paolo Rossi, che aveva una capacità unica di smarcarsi e far perdere le tracce di sé, un po’ alla Inzaghi».

Cosa ti ha lasciato l’esperienza da responsabile del Settore giovanile del Milan?
«Mi ha arricchito, facendomi capire quanto sia importante investire sui giovani. Grazie anche a maestri come Zanoli, Gualtieri e Baldini, ho imparato metodi e tecniche per gestire nel modo più efficace i rapporti con i ragazzi e i loro genitori. Al Milan c’erano tutti gli strumenti per fare bene ed è così che siamo riusciti a creare un settore giovanile all’avanguardia, che ha permesso ad alcuni giocatori di affermarsi anche nel mondo dei professionisti».

Tra questi c’è sicuramente Cutrone, oggi molto rimpianto dai tifosi rossoneri. Cosa pensa del suo trasferimento in Premier League?
«Ciascun giovane ha un proprio talento, che va allenato affinché possa emergere definitivamente. È quello che abbiamo fatto con Cutrone, il quale, con grande merito, è riuscito a raggiungere grandi palcoscenici. Il campionato inglese, che io ho provato a 38 anni, è un’opportunità molto importante. Auguro a Patrick di continuare a crescere e migliorare».

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Oggi sei un punto di riferimento a livello nazionale per la formazione nell’ambito del calcio giovanile. Su quale filosofia si basa il tuo metodo?
«Grazie a Demetrio Albertini, presidente del Settore tecnico della FIGC, a partire dal 18 novembre, proporrò un corso di formazione rivolto ai responsabili dei settori giovanili. In particolare, anche attraverso laboratori e attività interattive, cercherò di far comprendere quanto sia importante applicare un metodo formativo che consenta a bambini, ragazzi e giovani di esprimere il loro massimo potenziale. Si tratta di un percorso complesso che riguarda necessariamente anche la sfera dell’apprendimento e della pedagogia e che richiede la partecipazione di tutti i soggetti coinvolti, genitori compresi».

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Chiudiamo con un messaggio di… milanismo, con l’auspicio che possa aiutare la squadra ad uscire da questo difficile momento. Cosa significa per te indossare la maglia del Milan?

«Quando si entra a far parte del Milan, bisogna dare il meglio di sé, dedicandosi ogni giorno al lavoro con dedizione, pazienza e responsabilità. Non solo sul campo di allenamento ma anche fuori, nella vita privata. I risultati arriveranno di conseguenza».

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