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Zac-San, l’uomo che ha stretto la mano all’Imperatore

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Novanta minuti con Alberto Zaccheroni sono una di quelle esperienze che riconciliano con il calcio, quello più autentico e appassionante.

È una mattina di metà agosto e il sole è già alto in cielo. Il caldo, però, è sopportabile: merito del vento che, come ogni giorno, soffia, insistente e vivace, sulla costa adriatica. Siamo a Cesenatico, nella zona del porto-canale progettato da Leonardo Da Vinci. Lì c’è il Maré, ovvero cucina, caffè, spiaggia, bottega: una struttura unica nel suo genere che permette di andare oltre la classica esperienza di “mare”. Anima del locale è Luca Zaccheroni, figlio di mister Alberto.

Lui, il Mister, capita spesso da quelle parti, specie all’ora di colazione. «A Cesenatico si sta bene», mi dice Zaccheroni con sguardo convinto, «In inverno non siamo più di 20mila persone ma ci sono sempre più proposte. È una città in crescita». Poi ci spiega come sono organizzate le spiagge, ci parla del centro storico e dei migliori locali dove gustare la «vera piadina», ma anche di come lui trascorre le giornate, delle sue passioni (tra queste c’è pure il tartufo e per chi arriva da Alba come me è un enorme piacere!).

Tra un «buongiorno, Mister» e l’altro il discorso finisce presto sulla sua passione più grande, il calcio. Sul tavolo ci sono i miei libri milanisti. Prende in mano “Scudetto 19” ed esclama: «È fantastico essere tifosi del Milan. Guardi che colori, il rosso e il nero. E poi con lo scudetto…». Ha ragione. Del resto, di scudetto lui se ne intende, essendo stato l’artefice di uno dei tricolori più memorabili della storia rossonera. Quello del 1998/99. «Era una squadra con giocatori forti che però avevano dato tutto, o quasi… Sia fisicamente che mentalmente. L’undicesimo posto ottenuto due anni prima da Sacchi e il decimo di Capello lo dimostravano…».

Come fu possibile la svolta? «Un nuovo metodo di lavoro, che va oltre all’introduzione del 3-4-3… Mi riferisco a nuovi stimoli assieme all’orgoglio ritrovato». Allora, partiamo dall’inizio della cavalcata rossonera. «I senatori e, in particolare, Maldini, Costacurta e Albertini si misero a completa disposizione. Questo spirito è nel loro Dna. Diedero la disponibilità a giocare con il nuovo modulo e così anche il resto della squadra mi seguì».

A livello mentale lo scatto decisivo avvenne a sei giornate dalla fine del campionato. «Eravamo stati bravi a non mollare e a tenere la scia della Lazio; poi arrivò la loro sconfitta con la Juve e noi vincemmo in maniera netta a Udine. In quel momento in tutti si accese la voglia di vincere lo scudetto». E tricolore fu, vinto con una volata fatta di sette vittorie consecutive. Grazie anche ad alcuni miracoli di Abbiati («Quando Galliani mi disse che il terzo portiere, Aldegani, sarebbe stato ceduto al Monza, gli spiegai che un sostituto sarebbe servito e così prese Abbiati dal Monza. Una benedizione!») e a tanti gol, frutto di un bel calcio particolarmente studiato e preparato, e un’intensità di gioco a tratti entusiasmante.

Sugli scudi anche Bierhoff: «Non è vero che era bravo solo di testa. Ha segnato la maggior parte dei suoi gol di piede. Il segreto fu coinvolgerlo nel gioco, nella manovra: doveva giocare spalle alla porta, arretrare, ricevere palla dalla mediana e poi smistarla sulle corsie laterali, fino a lanciarsi verso la porta avversaria, nello spazio dove sarebbe arrivato il pallone. Arrivando lanciato sul pallone, con la sua stazza, non dava scampo ai difensori. Se invece fosse rimasto fermo in area, in attesa della palla, sarebbe stato neutralizzato. Spesso non è stato capito». Zac, invece, lo aveva capito, riuscendo a farlo esprimere al meglio. Proprio come accadde con Boban, «a cui diedi la possibilità di muoversi liberamente, da regista, nel tridente d’attacco, sapendo che per propensione naturale avrebbe comunque poi coperto soprattutto la parte di sinistra».

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Zac riuscì poi a esaltare le migliori qualità anche di tanti altri giocatori, che oggi il tecnico romagnolo considera come veri e propri «figli». Pensiamo appunto a Bierhoff, ma anche a uno dei suoi più fedeli assist-man, Helveg. E poi ad Abbiati, a Frezzolini («Il terzo portiere ideale, perfetto per il Milan dopo la partenza di Lehmann»), ma anche a Coco e, guardando oltre il rossonero, a Marcio Amoroso e Dejan Stankovic. A Coco, in particolare, è legato un ricordo particolare. «Rientrato al Milan dal prestito, mi chiese quali fossero le mie gerarchie per la fascia sinistra. Erano queste: Guglielminpietro, il titolare dello scudetto, dietro di lui il neoacquisto Serginho, poi lui. Conoscendone indole e qualità, gli diedi due giorni per decidere se chiedere la cessione oppure rimanere al Milan e giocarsi una maglia da titolare. Tornò da me dopo poche ore: scelse di restare e tirò fuori una grinta incredibile che lo portò a guadagnarsi un posto da titolare. Aveva doti atletiche pazzesche, oltre a qualità tecniche indiscutibili. Purtroppo, nel prosieguo della carriera, non fu fortunato. Dopo un’operazione subìta ai tempi dell’Inter – per rimediare a un dolore che si presentava di tanto in tanto nella zona lombare – il suo fisico non riuscì a tornare quello di prima e la sua carriera fu per sempre compromessa». Al Milan lasciò comunque un segno importante, risultando decisivo nella storica vittoria per 2-0 al Camp Nou contro il Barcellona, nella Champions 2000/01, in cui andò anche in gol.

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Una partita entrata nella leggenda ma che segnò un punto di non ritorno nella storia tra mister Zaccheroni e il presidente Berlusconi. «Fino ad allora c’era stato rispetto reciproco, non c’erano state ingerenze da parte di Berlusconi. Le polemiche erano sui giornali. Ma dopo Barcellona mi chiamò arrabbiato: erano le 3 di notte, non gli piaceva la difesa a 3 e voleva le 2 punte…». L’ex allenatore milanista, in ogni caso, non ha rimpianti, per quanto si fosse legato ai colori rossoneri. «All’Inter avrei di nuovo potuto vincere il campionato e poi, dopo l’esperienza alla Juve, è arrivato il Giappone». E qui il Mister si illumina ancora: «Ho guidato la nazionale nipponica per quattro anni. È stato come vivere in un cartone animato. Straordinario». Un’avventura speciale, sublime fin dall’inizio. «Ancora non mi spiego un’accoglienza del genere. O forse, sì. Probabilmente ho diversi atteggiamenti vicini alla cultura giapponese. Fatto sta che ho ricevuto un lungo abbraccio, incredibilmente intenso».

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Merito sicuramente anche dei risultati ottenuti: la vittoria della Coppa d’Asia su tutti, oltre alla qualificazione ai Mondiali. «Giocavamo un calcio intenso e veloce, sembrava di essere tornati ai tempi dell’Udinese. Battemmo anche l’Argentina. E facemmo un lungo filotto di vittorie. Così crebbero fiducia e consapevolezza. Credevo che tutto ciò ci avrebbe portato a fare grandi cose anche alla Coppa del Mondo: purtroppo, però, i miei giocatori patirono la storia, ovvero il fatto che il Giappone non era mai riuscito ad andare oltre gli ottavi. E ciò fece perdere molte certezze».

Il legame con il Paese del Sol Levante è comunque rimasto splendido. «Ci torno almeno una volta l’anno. Purtroppo, con la pandemia, ho dovuto interrompere i viaggi. Spero di poterci andare presto. Mi amano ancora molto. Per tutti, ancora oggi, sono Zac-San. Peraltro, ho scoperto che tanti genitori hanno chiamato i loro figli Zaky, proprio in mio onore. E poi non posso dimenticare l’incontro con tantissime personalità del Paese, a partire dall’Imperatore: a nessuno è consentito di toccarlo. Lui mi mostrò la mano perché gliela stringessi. Ovviamente, gliela diedi…».

In attesa di tornare a fare visita alla sua seconda casa, mister Zaccheroni guarda «tanto calcio. Continua a piacermi tantissimo. Soprattutto la Serie A. Si fanno tanti confronti con la Premier ma anche qui, rispetto ad anni fa, si compiono giocate di altissimo livello a ritmi velocissimi. Per chi ha respirato per molti anni l’aria della Serie A non c’è spettacolo migliore». E, nel frattempo, continua ad assaporare pure l’atmosfera della panchina. «Da qualche mese sono l’allenatore della Nazionale italiana non profit. La stella è uno dei “miei” ragazzi, Abbiati. Giochiamo per beneficenza e con le partite raccogliamo fondi da destinare a progetti sociali. Non c’è davvero niente di più bello del calcio».

Ha ragione, mister Zac.

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L’altra faccia del Milan: il libro che celebra i tifosi e sostiene Fondazione Milan

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Le partite a “porte chiuse” che si stanno disputando in questi giorni hanno mostrato, se mai ce ne fosse bisogno, come i tifosi siano l’essenza del calcio. A quelli del Milan è dedicato un nuovo libro, pubblicato oggi, giovedì 18 giugno, che celebra la passione del tifo rossonero. Si intitola “L’altra faccia del Milan” e, oltre a omaggiare tutti i tifosi milanisti del mondo, vuole essere un “mezzo” per fare del bene: l’autore, il giornalista Enrico Fonte, ha infatti deciso di devolvere il ricavato della vendita del libro a favore dei progetti sociali di Fondazione Milan.

Nella prima parte, introdotti proprio dalla prefazione di Fondazione Milan, 36 tifosi rappresentativi di ben 20 nazioni raccontano la loro personale storia di passione milanista, svelando il volto meno noto (ma più autentico) del Milan.

Si va, solo per citare alcune delle storie pubblicate, da Ronald, indonesiano, che ha chiamato la figlia “Nesta” a Steve di Malta che ha allestito nella propria abitazione un museo milanista; da Antonio, italiano, che detiene il record mondiale di ingressi al museo di Casa Milan a Ricardo, brasiliano, che indossa la divisa rossonera per partecipare ai campionati di calcio da tavolo sudamericano; dall’altro italiano Giovanni che trasforma i campioni del Milan in bellissime statue di gesso al lussemburghese Gianni, il tifoso numero uno al mondo di Gianni Rivera. E, ancora: i racconti di Luigi e Colombo, “milanologi” d’eccezione; di Danilo, l’uomo che sventola la bandiera “6 Baresi” in Curva Sud; degli autori dello striscione “Marco Nico” che campeggia a San Siro da una vita. A ciò si aggiungono la commovente lettera di Alex ed Enzo rivolta al padre, milanista Doc, scomparso a causa del coronavirus. Le emozionanti storie raccolte negli Stati Uniti, in Argentina, Cile, Libano, Indonesia, Malesia, Australia e Francia, dove Cristiano, responsabile dei servizi sanitari del Paris Saint-Germain, ha “confessato” la sua simpatia per il Milan e ha parlato dell’amicizia con Thiago Silva, fino alle interviste a Peter Linde, lo scultore che ha realizzato, in Svezia, la statua (poi vandalizzata e, quindi, ritirata) di Zlatan Ibrahimovic e ai Kamp Seedorf, collettivo di artisti di strada olandesi che, in nome dell’ex numero 10 rossonero, colorano le periferie delle grandi città con murales semi-permanenti dedicati ai personaggi più eccentrici della storia del calcio.

Seguono le immagini di alcuni dei più calorosi Milan club del mondo, tra cui quelli di Buenos Aires, del Kosovo, della Georgia, del Marocco, dell’India e di Hong Kong, che introducono la seconda parte, in cui trovano spazio i racconti di tifose rossonere davvero appassionate. In questa sezione picca l’intervista esclusiva, carica di milanismo, al capitano del Milan femminile e bomber della Nazionale azzurra, Valentina Giacinti.

Tra la seconda e la terza parte i “contenuti speciali”, con un racconto che celebra i giocatori nordici passati per il Milan e con sette magnifiche grafiche dedicate alle formazioni rossonere che hanno conquistato la Coppa dei Campioni.

La terza e ultima parte è un tripudio di milanismo, con le interviste al giornalista Luca Serafini, ad alcuni ex giocatori del Milan approdati in prima squadra dopo la trafila nel settore giovanile, come Daino, Saudati, Marzorati, Perticone, e ad Harvey Esajas, l’amico di Seedorf che è riuscito a giocare una manciata di minuti con il Milan al termine di un commovente cammino di rinascita sportiva e spirituale. A seguire, il colloquio con Filippo Galli e il racconto dell’incontro con Paolo Maldini. Infine, il gran finale con l’intervista esclusiva all’espressione del milanismo più autentico: Franco Baresi.

Il tutto accompagnato da 400 foto, molte delle quali inedite, che rendono ancora più emozionante questo “diario” dalle forti tinte rosse e nere.

“L’altra faccia del Milan”, edito da “Milan Reporter editore”, è disponibile su Amazon in italiano (con il titolo: “L’altra faccia del Milan”) e in inglese (“The other face of AC Milan”), nei formati ebook e cartaceo (280 pagine a colori).

DICHIARAZIONI

L’autore, Enrico Fonte: «Dopo aver seguito il Milan come tifoso con gli amici del club Alba rossonera, in qualità di cronista web ho avuto l’opportunità di coronare due dei miei sogni più grandi: varcare i cancelli del centro sportivo Milanello e raccontare le partite dei rossoneri dalla tribuna stampa di San Siro. Nel marzo 2019 ho documentato dall’Inghilterra l’amichevole benefica tra le leggende di Liverpool e Milan. In terra inglese ho conosciuto milanisti provenienti da ogni angolo del pianeta, i quali mi hanno fatto intendere che sarebbero disposti a rinunciare a tutto pur di vivere anche solo un decimo delle esperienze legate al Milan che ho avuto la fortuna di vivere io. Ecco, allora, l’idea di realizzare un libro che avesse per protagonisti non i campioni e i trionfi del Milan bensì i tifosi e le loro appassionanti storie, ovvero l’altra faccia (quella più autentica) del Milan, decidendo al contempo di devolvere il ricavato a Fondazione Milan».

Rocco Giorgianni, segretario generale di Fondazione Milan: «Le storie particolari contenute in questo libro esprimono un sentimento che accomuna i moltissimi tifosi che nel corso della storia hanno amato il Milan. Un amore sempre ricambiato, spesso con successi e trofei. Amore e passione che non vengono mai meno, neanche nei momenti di difficoltà: più che mai in quei frangenti si intuisce l’amore incondizionato dei tifosi per il loro club. Perché innanzitutto il Milan per loro è una questione di cuore, appartiene a loro, che ci sono e ci saranno sempre. Così è la storia di Fondazione Milan, una storia di passione. Per le persone innanzitutto. In questi anni, abbiamo incontrato migliaia di bambini, giovani e adulti nelle periferie di Milano come negli slums di Nairobi, abbiamo giocato con loro nelle favelas di Rio de Janeiro e nei lebbrosari di Calcutta. Ci hanno regalato sorrisi, voglia di vivere e di sognare, ma anche desiderio di non mollare mai. Amore e passione che non saremmo però mai riusciti ad esprimere allo stesso modo senza l’aiuto e il supporto della grande famiglia del Milan, di cui i tifosi sono certamente il cuore pulsante».

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Cristiano Eirale, il medico milanista alla corte del Paris Saint-Germain

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Non tutti lo sanno, ma a coordinare i servizi sanitari del Paris Saint-Germain c’è un medico italiano: il professor Cristiano Eirale. La sua storia merita di essere raccontata: classe 1975, calciatore mancato, Cristiano Eirale è nato in Piemonte (precisamente ad Alba, la capitale del tartufo bianco e della Nutella) ma non tifa Juventus o Torino come la maggioranza dei piemontesi: è, infatti, tifoso del Milan. E, ironia della sorte, ha iniziato la carriera di medico dello sport con i “rivali” dell’Inter. Milan Reporter lo ha intervistato in esclusiva, approfittando della sua grande gentilezza e disponibilità.

Prof. Eirale, come mai ha scelto di tifare Milan?
«
Avevo sei anni e correva la stagione calcistica 1981/82. Ero alla “Standa” con mia mamma. Arrivati nel reparto dedicato all’abbigliamento sportivo, iniziai a fare i capricci: volevo la mia prima maglietta da calcio. Mamma si convinse e comprò l’unica maglietta che era della mia misura. A casa chiesi a mio papà, tifoso del Torino, di quale squadra fosse quella maglietta: era del Milan! Decisi allora di essere tifoso dei rossoneri, nonostante, mi accorsi poco dopo, quelli fossero anni particolarmente sfortunati per il Diavolo, alle prese con le due tremende retrocessioni».

Come è nata la sua passione per il calcio?
«Amo il calcio da sempre. Ho iniziato giocando nelle squadre giovanili e oratoriali della mia città, Alba. Ero bravino. A 17 anni, però, mi ruppi il legamento crociato anteriore: dovetti operarmi e restare fermo un anno. Al rientro, il ginocchio fece ancora crac. A quel punto decisi di abbandonare le ambizioni agonistiche e mi concentrai sugli studi medici, con l’obiettivo di trovare un’occupazione che mi permettesse di tornare su quei campi da gioco che avevo lasciato bruscamente. È per questo che, dopo la laurea in medicina conseguita all’Università di Pavia, decisi di specializzarmi in medicina dello sport: sognavo di diventare medico del Milan». 

E, invece, ironia della sorte, arrivò l’Inter…
«Negli anni degli studi specialistici, lavoravo in un ambulatorio di traumatologia dello sport a Pavia. Il primario del reparto era il consulente ortopedico dell’Inter e Franco Combi, all’epoca medico dei nerazzurri, era alla ricerca di un aiutante che lo affiancasse nella gestione della prima squadra: scelse proprio me. Da lì iniziò la mia esperienza all’Inter, durata due anni. Conservo tantissimi ricordi, tantissime emozioni: la prima volta a San Siro “entrando dal tunnel”, la prima in Champions League e le giocate di tanti campioni, tra cui Vieri, Adriano, Veron, Javier Zanetti e Materazzi. Di quest’ultimo sono diventato molto amico. Non lo avrei mai immaginato visto che non lo amavo particolarmente per via dei “calcioni” rifilati a Shevchenko e Inzaghi in alcuni derby: poi, però, ho scoperto che è un ragazzo fantastico».

Perché Cristiano Eirale ha lasciato l’Inter?
«Un giorno si presentò agli allenamenti dell’Inter una delegazione giunta dal Qatar che mi chiese di trasferirmi nel loro Paese per occuparmi di un centro di medicina sportiva all’avanguardia che stavano costruendo (“Aspetar”). Insieme a mia moglie Francesca decisi di accettare l’offerta, anche se temevo che il lavoro in clinica mi avrebbe fatto mettere il calcio da parte. Invece, poco dopo, mi ritrovai a essere responsabile medico delle squadre nazionali del Qatar e a partecipare a partite di qualificazione ai Mondiali, alla Coppa d’Asia e alla Coppa del Golfo».

Da profondo conoscitore del Qatar, che Mondiale sarà quello del 2022?
«
Lo slogan scelto dagli organizzatori è “expecting amazing”. Mi aspetto esattamente questo: un Mondiale dallo spettacolo indescrivibile. Immagino un evento estremamente all’avanguardia, con metropolitane che arrivano direttamente dentro gli stadi e altri servizi mai visti prima. Il Mondiale in Qatar potrebbe davvero segnare l’inizio della nuova era del calcio. Dall’altro lato, però, rischia di essere la Coppa del Mondo più “mediatica” della storia, con la maggior parte dei tifosi che sarà costretta a seguire i match in TV, o attraverso gli altri media, e non dal vivo».

Sempre restando in Qatar, lei ha coordinato i servizi medici della finale di Supercoppa Italiana che si è disputata nel 2016, a Doha, con la vittoria del Milan di Montella sulla Juve ai calci di rigore. Ha portato fortuna ai rossoneri!
«Le racconto una curiosità su quella partita: uno dei miei figli ha 7 anni e purtroppo, da quando è nato, ha visto sempre e solo la Juve vincere in Italia. Quella sera era con me: è stato bellissimo, perché ha potuto festeggiare per la prima volta un trofeo del Milan, per di più dal vivo».

L’esperienza in Qatar le ha aperto le porte del calcio mondiale.
«Tramite il centro medico del Qatar “Aspetar” sono stato medico dell’Algeria ai Mondiali del 2010, in Sudafrica e della Costa d’Avorio nella Coppa del mondo del 2014, in Brasile».

Come viene vissuto il calcio in Africa?
«Come un affare di stato: il calcio in Africa è veramente importante. Non vorrei banalizzare, ma sembra quasi che con il calcio queste popolazioni cerchino di dimenticare i tanti problemi con cui devono purtroppo confrontarsi ogni giorno. Ricordo, in particolare, l’affetto e il calore verso la Nazionale algerina durante il ritiro pre-mondiale del 2010: in occasione di un’amichevole giocata in un paesino periferico della Germania si presentarono ben 20.000 tifosi algerini provenienti da tutta Europa. Un entusiasmo incredibile!».

Passando alla Costa d’Avorio è d’obbligo una battuta su Drogba.
«Un grandissimo personaggio ma soprattutto un campione con la “c” maiuscola, estremamente carismatico. Mi sarebbe piaciuto vederlo giocare con la maglia del Milan».

Dopo Inter, Qatar e Coppa del mondo, la chiamata del Paris Saint-Germain.
«Nel centro medico in Qatar io e altri colleghi seguivamo alcuni infortunati “eccellenti” della squadra parigina e ci occupavamo degli esami “pre-firma” dei giocatori prossimi al trasferimento al PSG. Nell’ambito di questa collaborazione, mi è stato chiesto di trasferirmi a tempo pieno al Paris Saint-Germain, con il ruolo di coordinatore dei servizi sanitari di tutte le realtà sportive della società, quindi non solo delle squadre di calcio maschile ma anche delle squadre di calcio femminile, pallamano e judo. Volendo semplificare, i miei compiti sono principalmente due: ristrutturare e organizzare lo staff medico del PSG e gestire la clinica medica sportiva che sorgerà all’interno del nuovo centro di allenamento della squadra. Un progetto meraviglioso: probabilmente il massimo che si possa raggiungere in questo settore lavorativo».

Cosa manca al PSG per trionfare in Champions?
«Manca la mentalità della grande squadra abituata a vincere in campo internazionale. I grandi giocatori, in questo senso, non bastano. Ci siamo fatti eliminare, da “polli”, dal Manchester United, perché non abbiamo badato al fatto che loro sono abituati a vincere questi tipi di partite e, quindi, abbiamo trascurato alcuni dettagli che sono risultati decisivi. Credo comunque che il PSG sia sulla strada giusta: dando continuità a questo ampio progetto sportivo, che l’ha portata a entrare nella Top 6 dei brand più conosciuti al mondo, la società riuscirà nel giro di qualche anno a conquistare la Champions. Con un pizzico di fortuna, già questa stagione potrebbe essere quella giusta».

Che rapporto ha con Thiago Silva?
«È un giocatore fantastico e una bellissima persona. Con lui commento spesso i risultati del Milan e, quando va male, siamo entrambi dispiaciuti. Si vede che Thiago ha ancora il cuore rossonero».

Non crede che il Milan per fare il salto di qualità debba puntare su un giocatore come Verratti?
«Stiamo aspettando la sua definitiva consacrazione, che arriverà nei prossimi due-tre anni. Arrivato giovanissimo a Parigi, ha fatto benissimo fin da subito; ora è ancora più maturo e ha risolto molti problemi fisici che lo tormentavano, riuscendo così a giocare con continuità. Nel futuro potrebbe fare comodo a molte squadre: se non sarà il PSG, spero possa essere il Milan».

Guardando in casa Milan, da esperto del settore medico come giudica Milan Lab?
«Quando venne lanciato, circa vent’anni fa, si presentava come un progetto fantastico: partendo dalla raccolta e dalla successiva elaborazione informatica dei dati fisici e atletici di ciascun giocatore, Milan Lab si prefissava di migliorare le performance degli atleti anche attraverso la prevenzione degli infortuni. Forse, però, i risultati ottenuti non sono stati quelli sperati. Nessuno ha colpa, perché è difficilissimo applicare un sistema ad elevato contenuto scientifico e informatico a una squadra di calcio di alto livello, nella quale sono presenti diverse variabili difficilmente controllabili, tra cui, solo per citarne una, la tipologia di allenamento, che varia da allenatore ad allenatore».

Nel caso di Alexandre Pato cosa non ha funzionato?
«
Uno dei fisioterapisti del Paris Saint-Germain ha lavorato per due anni al Milan, proprio nel periodo in cui in rossonero c’erano siano Ronaldo che Pato. Con lui parlo spesso di Alexandre. Sono giunto alla conclusione che il ragazzo avesse parecchi fattori di rischio che lo predisponevano a infortuni».

Le piacerebbe tornare a lavorare in Italia, magari proprio al Milan, di cui è tifoso?
«La squadra del cuore resta, per sempre, ma essendo un professionista, quando sono “in campo” penso a svolgere al meglio il mio compito e, quindi, faccio di tutto affinché la squadra per cui lavoro possa raggiungere gli obiettivi prefissati. Detto questo, mi piacerebbe un giorno tornare in Italia: considerato che, come dicevo prima, da giovane speravo di diventare medico del Milan, sarei felice che ciò accadesse in futuro! Chissà!».

Chiudiamo l’intervista con uno sguardo al futuro del calcio. L’avvento dei grandi investitori da tutto il mondo e la corsa agli sponsor e ai diritti televisivi non si rischia di far perdere a questo sport la dimensione popolare che da sempre lo contraddistingue?
«Mi torna in mente il ritornello di una canzone che ascoltavo durante le partite della squadra della mia città. Faceva così: “Il calcio è amore, il calcio è vita, gioca col cuore la tua partita”. Credo che alla fine sia davvero così. Ci sono le grandi squadre che la fanno da padrone comprando i grandi campioni, ogni aspetto è ormai spettacolarizzato all’estremo, con partite a ogni ora del giorno; ma questo sistema rischia di collassare.

A mio avviso, per far restare il calcio uno sport puro occorre continuare a trasmettere ai giovani i valori autentici di questa disciplina, che poi sono anche i valori della vita. Gli allenatori devono quindi essere sempre più spesso, oltre che preparati a livello calcistico, tattico e tecnico, anche e, soprattutto, dei maestri di vita, facendo in modo che il calcio, pur restando uno spettacolo e un business, sia un’opportunità per permettere ai ragazzi di imparare a vivere».

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Liverpool Legends-Milan Glorie, spettacolo ad Anfield

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I ragazzini, in divisa, che aspettano l’autobus per tornare a casa dopo una settimana di scuola. Le case, grigie, marroni e arancioni, come quelle dei film, tutte uguali. Il vento, freddo, la pioggia, leggera, a intermittenza, che un po’ dà fastidio e un po’ no, perché da queste parti è sempre così. Qualche signora affaccendata con la borsa della spesa. Due “lord”, in giacca e cravatta, che fischiano per chiamare il taxi. Case trasformate in “football hotel” che mostrano con orgoglio sciarpe, maglie e cimeli autografati da Rush, Fowler, Gerrard e altre leggende del calcio inglese. Così si presenta Anfield Road al nostro arrivo. Un lungo rettilineo che ha un sapore speciale, che trasmette emozioni solo a leggere il cartello stradale. Emozioni che da lì a poco scopriamo essere uniche. Ciò accade quando all’orizzonte compare “Anfield”, lo stadio del Liverpool, la casa dei Reds, il cuore pulsante di una passione che va oltre il tifo. 

La casa dei Reds

Sembra di stare in un mondo parallelo. Tutto è pensato per vivere a pieno questo tempio della leggenda sportiva. Insegne, pannelli illustrativi, strutture moderne e curate, pavimentazione che nemmeno a casa, addetto alla pulizia che fa luccicare le vetrate esterne. Il box dello strillone, per la distribuzione del “match program” durante il “match day”. Aree esperienziali per i bambini, mega store, proposte per scoprire lo stadio, un museo con cimeli da urlo. “Anfield” è un gioiello. E tutti lo trattano come tale.

Emozioni uniche, dunque, già all’esterno che crescono scoprendo il memoriale dedicato alle vittime del dramma di Hillsborough del 1989, il busto che celebra il fondatore del Liverpool John Houlding, la statua dello storico coach reds Bill Shankly. E ovunque, immancabile, l’emblema: il “Liver Bird”, l’uccello mitologico dentro uno scudo, il tutto sormontato da una stilizzazione dell’ingresso di “Anfield” dedicata a Bill Shankly e la scritta “You’ll never walk alone” (“Non camminerete mai soli”). Ai lati, le fiamme, ancora un omaggio alle vittime di Hillsborough.

This is Anfield!

All’interno brividi a ripetizione, con aree per l’accoglienza degne di un ristorante stellato, sale per giornalisti, un corridoio che celebra le vittorie del Liverpool, prima di accedere al rettangolo di gioco. Solo un aggettivo: fantastico. Con un prato da sdraiarcisi sopra: quattro strati di erba sintetica e una fitta rete di serpentine per mantenere sempre in forma eccellente uno dei “grass” da football più invidiati del mondo. Infine, la Kop, il cuore pulsante del tifo Merseyside, che non “lascia mai sola” la propria squadra. Come si legge su un gigantografia quello non è un inno, ma è ciò che loro sono. Brividi. Del resto, “This is Anfield”. Come dar loro torto?

La partita

Sabato 23 marzo, in questo scenario da sogno, si è giocata la “bella” tra Liverpool e Milan, dopo le due finali di Champions League del 2005 e del 2007. Sono scesi in campo quasi tutti quei campioni che hanno reso uniche le due finali, iscritte per sempre nella storia del calcio: quella di Istanbul, del 2005, per l’incredibile rimonta del Liverpool, da 0-3 a 3-3 in 8 terribili (per i milanisti) minuti, culminati con la vittoria dei Reds ai rigori e quella di Atene, di due anni dopo, con la vendetta degli uomini di mister Ancelotti, grazie alla doppietta di Pippo Inzaghi. 

La partita si è conclusa con una standing ovation collettiva di “Anfield”. Non poteva essere altrimenti, visto lo scopo benefico dell’iniziativa, organizzata da Liverpool Foundation con la collaborazione di Fondazione Milan, ma anche per lo spirito con cui entrambe le formazioni hanno affrontato la gara. La stessa atmosfera che si è vissuta nel prepartita: tantissimi bambini, rigorosamente in divisa Reds, animazioni, musica. Una grande festa, a cui hanno partecipato anche i tifosi milanisti, arrivati da tutta Europa, come abbiamo avuto modo di documentare qui.

A dieci minuti dall’inizio, quasi di colpo, “Anfield si riempie” (ed era un’amichevole!) e alza il volume, intonando, coralmente, l’inno “You’ll never walk alone”.

La gara entra subito nel vivo: tra i Reds è Gerrard l’uomo più ispirato: la Kop lo invita a esplodere il suo destro micidiale, urlandogli “shoot!” non appena oltrepassa la linea di metà campo; tra i rossoneri, in maglia bianca (proprio come nelle due finali di Champions giocate contro il Livepool), tutti i palloni passano da Pirlo che, affiancato (come ai vecchi tempi) da Ambrosini e Gattuso, prova a intessere trame vincenti con Rui Costa e Kaká, in modo da innescare Inzaghi.

La prima occasione capita a Luis Garcia, con la sua velocità una spina nel fianco per Costacurta e Kaladze, ma spreca. La risposta del Milan arriva con il destro di Rui Costa, che però si alza sopra la traversa della porta difesa da Dudek. I rossoneri ci riprovano, con Inzaghi, che tenta un eurogol in rovesciata sotto la Kop: palla abbondantemente fuori, ma applausi anche da parte dei tifosi Liverpool. A spezzare l’equilibrio ci pensa un altro beniamino di casa: Robbie Fowler, che con una zampata di sinistro infila Dida, sfruttando l’ottimo cross dalla destra di Glen Johnson. Il Milan subisce il colpo e va un po’ in affanno: Kaká prova a risollevarlo e, in chiusura di tempo, la piazza con il destro nell’angolino basso, Dudek però gli dice di no e devia in angolo. Poi un bell’abbraccio tra i due.

In avvio di ripresa girandola di sostituzioni: Simic, però, si fa subito male e deve lasciare il terreno di gioco. Dalla panchina viene richiamato Billy Costacurta, protagonista di un buon primo tempo. Approfittando di una distrazione, il Liverpool buca il Milan, lanciando in porta Cissé, che solo davanti ad Abbiati non sbaglia e fa 2-0. Sembra mettersi male per i rossoneri ma Pirlo sale in cattedra e al 60′ accorcia le distanze direttamente da calcio di punizione, con una prodezza che fa alzare in piedi anche i tifosi dei Reds.

Pochi istanti dopo Borriello ha sui piedi la palla del pareggio, ma il suo pallonetto per scavalcare il portiere fuori dai pali è troppo lento. Il pubblico di casa, avvertendo il momento di difficoltà, torna a farsi sentire, spingendo a più non posso Gerrard. In mezzo ci sono anche applausi per Cafu, che al momento della sostituzione raccoglie un’autentica standing ovation. Galvanizzato, il Milan si spinge di nuovo davanti e riesce a riacciuffare il pari con un incredibile tiro “alla Del Piero” di Pancaro. Il Liverpool non ci sta e torna a premere sull’acceleratore: una pressione che, alla fine, dà i frutti sperati, perché a meno di dieci minuti dalla fine Gerrard trova il gol alla vecchia maniera, con un bel destro a incrociare che non lascia scampo a Valerio Fiori. Un peccato per il Milan, ma lo spettacolo che regala “Anfield” al gol di “Stevie G.” è un ottimo toccasana. Ora sì che può arrivare il triplice fischio: Liverpool-Milan è sempre più leggenda.

Le interviste di Milan Reporter

Cafu sprona il Milan: “Bisogna puntare forte sull’obiettivo Champions”

Costacurta: “Anfield dà un’energia pazzesca. Per il Milan di oggi serve pazienza”

Dudek a Milan Reporter: “Liverpool incubo per il Milan? Forse nel 2005, ma nel 2007…”

Esclusivo Kaká: “Milan-Champions, si può. Paquetá farà la storia”

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